sabato, novembre 03, 2007

Il ciclismo all'equatore, pensando a Coppi


Una segnalazione. E' uscito il nuovo libro di Marco Pastonesi per i tipi della Ediciclo, ci racconta l'altro ciclismo, fatto di storie divertenti, eroiche, incredibilie sconosciute. Il ciclismo incontrato anche da Fausto Coppi, prima di lasciarci e darci appuntamento altrove.

"In Africa c'è il ciclismo 'altro', non saprei dire quanto eroico.Ma le divise improvvisate, la penuria di tubolari, il mangiaree dormire come capita, le strade sterrate (rosse qui, non bianche),la passione di fondo sono collegati, se non imparentati."

lunedì, ottobre 29, 2007

Requiescat in pacem? Dalla parte di Marco Pantani


L’ultimo post di Quasi Rete, il blog della Gazzetta, parla della dolorosissima vicenda di Marco Pantani. E lo fa con un monito, assai sensato, che qui riassumo con queste parole che ho estrapolato: (…) Eppure, al di là delle buone intenzioni, che sta accadendo? Brunel ha fatto la sua inchiesta, dice che ci sono troppe lacune nelle indagini e che tante domande non hanno risposta. Neanche il tempo di far sapere che c’è il libro, ed ecco il caravanserraglio mediatico rimettersi in moto. Sì, proprio “parte di quel mondo che ha tolto la vita a Pantani” – per dirla con Brunel – adesso va dalla mamma di Pantani, dal medico dell’autopsia, dagli avvocati difensori di questo e di quella, dai giudici più o meno istruttori.

Tutto questo per dire, con la rabbia dovuta ad un eroe moderno che ci ha fatto sognare, che Marco Pantani va lasciato in pace”

Certo, Marco andrebbe lasciato in pace. Marco va lasciato in pace. Agli amici di Quasi Rete vorrei dire, fra l’altro, di sperare, nel mio piccolo, di non far parte di quel caravanserraglio mediatico che si mette in moto, incalzato da una notizia o da una semplice ipotesi. Insomma, meglio correre il rischio di scriverne e parlarne che liquidare Marco con un paio di righe, che finiscono in un minuscolo colonnino.

Con le dovute cautele, con le giuste cautele, lascerei che esistesse il diritto d’informazione. Meglio, la libertà di parlarne come è capitato a me sabato discutendo con il mio parrucchiere. Perché Pantani -mi pare - ha rappresentato uno spicchio importante sportivo e sociale del nostro Paese e perciò non va rimosso.

Riepiloghiamo. Un giornalista francese, Philippe Brunel dell’Equipe, ha scritto un libro ricco di particolari inediti che ha fatto tornare in qualche modo d'attualità il caso. Ma al di là della cronaca, non mancano taluni spunti che fanno parte di questa nostra Italia. Perché non parlarne?

Un esempio: non può lasciare indifferente l'atteggiamento di mamma Tonina. Lei ha sempre sostenuto che suo figlio è stato ucciso. Lei è convinta - da quanto leggiamo sui giornali - dell'assoluta buona fede di Marco, uno che dava fastidio anche all'ambiente del ciclismo, così si è espressa.

Ecco, colpisce molto. Personalmente mi ha colpito molto questo atteggiamento della mamma, per nulla scontato. Fiero e ribello allo stesso tempo. E, vorrei anche direi, monco di ragioni perché accecato dall'amore di madre.

Dall'altra parte ci sono i dubbi sollevati da un giornalista su come sono state condotte le indagini dopo la scomparsa del corridore e - in risposta - la fredda ma anche pragmatica e quindi efficiente risposta della burocrazia di un apparato - la procura - che forse ha trattato il morto come se fosse una persona come tutti, uno di noi.
Ecco, fosse accaduto a nostro cugino, probabilmente le cose sarebbero andate nello stesso modo. E non è che la cosa non mi dispiaccia. Non ci sono morti di serie A o B, vip o gente comune.
Non sappiamo nemmeno se queste persone si siano mai occupate di ciclismo in vita loro, se hanno mai applaudito, una volta e magari "sbaglio" alle imprese del Pirata. Questo non lo sappiamo ma non è importante.

Da quello che emerge dalla lettura dei giornali, la procura si è comportata seguendo una via diretta, che potremmo anche dire spiccia, non immaginando di avere davanti un Marco Pantani, piuttosto un signor Brambilla qualsiasi. Hanno già riferito che l'indagine non sarà aperta e che "l'indagine è stata condotta con scrupolo". Su certe stranezze sono arrivate le puntualizzazioni come quella del medico Giuseppe Fortuni che dice di aver rispettato tutte le norme eseguendo tutti gli esami chimici e macroscopici che poi avrebbe svolto nell'istituto di medicina legale di Bologna. Durante il viaggio sarebbe stato affiancato da alcune auto e solo dopo avrebbe saputo che si trattava di giornalisti. Quindi avrebbe deciso di portare i reperti non all'istituto, dove di notte non c'era sorveglianza, ma in una cantina che si trova sotto il suo studio collegato alla sua abitazione. Poche ore dopo, appena si è fatto giorno, avrebbe portato i reperti all'istituto. "Con questa storia del cuore nel frigorifero di casa - ha dichiarato a Repubblica - credo si stia facendo una tempesta in un bicchier d'acqua". Tutta l'inchiesta parte da un dato inconfutabile: Pantani è morto a causa dell'assunzione di cocaina. L'autopsia l'ha confermato.


Gli inquirenti, partendo da questo, hanno ritenuto inutile rilevare le impronte digitali - "in un albergo sono sempre tantissime". Le lesioni trovate sul corpo di Pantani erano undici, nove delle quali superficiali. Due solo di un certo rilievo, non frutto di difesa passiva o attiva, secondo gli inquirenti. Quindi provocate dal fatto che la stanza è stata messa a soqquadro e perciò gli inquirenti sposano la tesi che sia stato lo stesso Pantani a mettere in disordine la camera.

Rimangono però alcune delle perplessità sollevate dal giornalista dell'Equipe, forse però insufficienti per far riaprire l'indagine; per esempio che non si sa ancora bene che cosa accadde in quelle dieci ore nella stanza di Pantani, che "ci fu il tentativo immediato di dipingere l'ex corridore come un personaggio ormai delirante, fuori di sé, mentre tutte le testimonianze del processo in corso smentiscono completamente questo quadro" Inoltre, sempre a Repubblica Brunel ha detto:" Già nel giugno scorso la madre di Pantani, in una intervista, mi disse di aver incontrato il proprietario del residence, De Luigi. E che questi gli avrebbe confessato che non fu Pantani a distruggere la sua stanza. Forse andrebbe interpellato". Da ciò che emerge fino ad oggi, qualche ombra c'è ancora, comunque. Varrebbe la pena chiarire per il bene di tutti. Compresa per il bene di Marco, per la sua memoria.

Postilla: Giulio Ferroni, docente di letteratura all’Università La Sapienza Roma, dedicò un giorno un cameo a Marco Pantani, pubblicato sul settimanale Diario – ora non più in edicola - e raccolto anche in un volume dal titolo “Dizionarietto di Robic, centouno parole per l’altro millennio”.


“A noi ciclisti Pantani ha dato l’illusione (forse effimera, forse mitologica) che entro l’apparato sempre più ultratecnologico, ultramercantile, ultrapubblicitario, postmoderno e multimediale, dello sport ufficiale chiamato ciclismo, possano persistere e balzare in evidenza residui di un antico ciclismo corposo e terragno, legato ad una provincia italiana solida ed ostinata, a quella che taluni chiamarono l’umile Italia, insomma l’Italia di Bartali e di tutto Coppi…”
A Ferroni mancava di commentare anche questi ulteriori passi della vicenda umana e sportiva di Pantani. Ma, forse, non sarebbe andato oltre a ciò che ha scritto nel suo “Dizionarietto”, come se le sue parole avessero già una sua natura profetica.


(A.d.L)

Dieci risorge, si fa per dire

Ricevo una segnalazione di Francesco Facchini, giornalista sportivo, che pubblico volentieri.Il "rumors" è l'imminente riapertura di Dieci, il quotidiano sportivo, diretto da Ivan Zazzaroni, aperto e chiuso in un men che si dica. Una vicenda che ha lasciato parecchi strascichi fra giornalisti e collaboratori della testata.

Cosi esordisce Facchini; "L'ho ricevuta nel pomeriggio e, come d'incanto, mi sono ricordato che vivo in Italia, un paese nel quale il giornalismo libero non esiste quasi più e nel quale viviamo un pesantissimo deficit di democrazia se succede quello che c'è scritto nella mail che leggerete qualche riga più sotto".
Il resto della storia la potete leggere sul sito di Francesco.

sabato, ottobre 27, 2007

Pantani come Tenco?/2


Un libro, una mamma, un ragazzo - suo figlio - che se ne è andato il giorno dedicato agli innamorati, febbraio 2004. Un'inchiesta, i giornali che ne parlano. E i tifosi che ancora ricordano. Le sue fughe. Le sue imprese. Le sue cadute. Tutt'altro che una storiaccia.

Certo, una storia piena di contraddizioni. Ma una storia vera che attinge alle cose che sono accadute realmente nel mondo del ciclismo, e di tutto ciò che è ruotato attorno ad esso in tutti questi anni.


Comunque, la si giri questa storia. Comunque la si racconti, dall'inizio o dall'epilogo, da Madonna di Campiglio o dall'Alpe d'Huez, qui stiamo parlando di Pantani, cioè il ciclismo.
Alla luce dei fatti nuovi contenuti nel libro di Philippe Brunel (Vie et mort de Marco Pantani), ed Grasset) di cui ha ampiamente scritto Gianni Mura su Repubblica, la famiglia chiederà che sia riaperta l'inchiesta sulla notte del 14 febbraio 2004. Mamma Tonina non ci sta. Non c'è mai stata. A Repubblica ha detto:"Marco lo hanno fatto fuori, lo so. L'ho detto subito e continuerò a dirlo, anche se c'è chi mi fa passare per pazza". Ma perché uccidere Marco?"Il motivo era che mio figlio era una persona che quello che pensava diceva. E voleva dire quello che c'è di marcio nel ciclismo".


Certo, avrebbe potuto farlo prima, avrebbe avuto altre occasioni per dire le cose come stavano. Ma, o non ha voluto parlare o gli è stato impedito. Non ci sono in questo caso, le vie di mezzo.
Ciò che è accaduto quella notte lo sappiamo ma in termini generali. Il giornalista, con le sue rivelazioni, potrebbe contribuire a riaprire il caso.

Vediamo in sintesi, dunque, che cosa avrebbe scoperto Philippe Brunel, fatti che lo portano a dire - intervistato da Repubblica - che "l'indagine svolta da voi in Italia è stata superficiale e frettolosa".

NELLA CAMERA CON PANTANI C’ERA UN’ALTRA PERSONA?

1. Non sono state effettuate perizie sulle impronte digitali rilevate sulla scena del ritrovamento del cadavere. Questo, semplicemente, perché le impronte non sono state rilevate. Perché non sono state rilevate?Pare che il medico legale quella sera decise che non ce ne fosse bisogno.
2. Nella stanza entrarono varie persone dopo la scomparsa del corridore, prova ne è che pochi giorni dopo qualcuno, di cui si ignora ancora l'identità, cercò di vendere ai settimanali le foto del cadavere del corridore.
3. Da ciò che ha scritto Brunel, emerge un particolare inquietante che potrebbe anche dire molto oppure anche pochissimo, nell'eventualità che fosse fosse riaperta. Il medico legale, la sera dell'autopsia si portò a casa il cuore del corridore. Sempre secondo la ricostruzione di Brunel il medico era stato messo in guardia da non meglio precisati pericoli e mancava il guardiano dell'obitorio.
4. Non ci fu il sequestro delle videocassette di sorveglianza dell'albergo e nessuno perciò sa che cosa filmarono quegli apparati.
5. Pantani è morto per aver ingerito un grosso quantitativo di cocaina che è stata trovata in quantità sei volte superiore alla dose letale nell'esofago e nella bile. La modalità di assunzione, alquanto anomala, può far sorgere qualche sospetto. Il più
elementare: e se fosse stato costretto da qualcuno ad ingerire questa enorme quantità di droga?
6. Un altro particolare potrebbe indurre a credere che nella stanza dell'albergo non ci fosse solo Marco Pantani. Nessuno, infatti, è riuscito a spiegare la presenza di due confezioni di cibo cinese take away. Primo perché Pantani non amava quel tipo di cucina. Secondo, fatto più importante, né dal suo telefonino, né dal
telefonino fisso è mai stato chiamato un ristorante cinese. Al mattino quelle scatole non c'erano - secondo quanto riferito dalle cameriere - quindi le ha portate lì qualcuno prima che Pantani morisse.
7. La stanza appare devastata, anche secondo quanto si vede dalle foto apparse sui giornali (Repubblica ne riporta due inedite nel numero apparso sabato 27 ottobre 2007 in edicola), come se si fosse abbattuto un uragano. Brunel si chiede:"Come è possibile che un uomo faccia tutto ciò e non riporti nemmeno un graffio sulle mani
oppure un'unghia spezzata?".


(Angelo De Lorenzi)

venerdì, ottobre 26, 2007

Pantani, un caso da riaprire


Un libro scritto da Philippe Brunel, inviato dell'Equipe, dal titolo ""Vie et mort de Marco Pantani", editore: Grasset & Fasquelle, riporta alla luce la vicenda del corridore romagnolo, rivelando particolari inediti come il fatto che il medico che eseguì l'autopsia si portò a casa il cuore del Marco Pantani in un contenitore overdose. Tanti i dettagli mai chiariti.

Il giornalista francese mette sotto accusa l'inchiesta della magistratura, piena di ombre come gli ultimi terribili mesi del "Pirata". Gianni Mura, il decano dei giornalisti sportivi, grande esperto di ciclismo e raffinato autore anche di un romanzo ambientato in questo mondo, scrivendone su Repubblica, si pone molte domande, alcune molto interessanti. Per esempio: per quale motivo un libro-inchiesta su Marco è stato scritto da un giornalista francese e non da un italiano? Mura azzarda un'ipotesi. "Andava bene così. La morte di Pantani è, ed è stata, molto scomoda. Sì, ci voleva un francese, uno straniero,

Brunel per ricostruire i fatti è stato a lungo nella Romagna d'inverno, e ne racconta i toni lividi, lo squallore, l'assenza di turisti ma la presenza di spacciatori, di hostess che fanno le puttane o viceversa, e questo era un passaggio obbligato. Ma ha anche visto foto e filmati dell'autopsia, ha scoperto particolari macabri, come quello del perito che, per timore che il cuore di Pantani fosse trafugato dall'ospedale, se lo porta a casa, in un contenitore apposito, e lo nasconde in cucina, senza dire nulla alla moglie.

A un certo punto mi son messo a pensare che l'inchiesta sulla morte di Pantani assomigliava un po' a quella fatta per Luigi Tenco, 40 anni fa a Sanremo. Un morto scomodo, da qualunque parte lo si prendesse. Un'indagine da chiudere alla svelta".

Da parte mia, mi riservo di esprimere la mia opinione personale sul caso, almeno fino a quando non avrò ancora letto il libro del giornalista francese. Come minimo, alcuni dettagli rivelati dal libro del giornalista francese andrebbero approfonditi. Senza pescare troppo nel torbido, alla fine. Anche se è davvero difficile, in questi casi.

Il "pezzo" di Gianni Mura su Repubblica.it