mercoledì, settembre 27, 2006

Rispetto per Farina, rispetto per tutti


Bloggo la lettera indirizzata a Il Foglio di alcuni giornalisti, che mi sembra molto civile.

Lettera a “Il Foglio” di Luigi Amicone, Gianni Baget Bozzo, Franco Bechis, Daniele Bellasio, Ubaldo Casotto, Marina Corradi, Mattia Feltri, Lodovico Festa, Roberto Fontolan, Mario Giordano
Renato Farina è collega di grande valore e umanità altrettanto grande. Non è necessario conoscerlo di persona per rendersene conto, basta leggere i suoi articoli. Da tempo nei suoi confronti è scattata all’interno della nostra “categoria” un’opera di linciaggio pubblico, che utilizza vari sistemi, dallo scherno sprezzante e umiliante alla richieste di “radiazione” dall’albo professionale (la cui utilità reale per la società e la vita civile resta ancora tutta da dimostrare ma che pure risulterebbe infamante).

Difficile dire da dove nasca tutta questa voglia di annientare una persona, se da oscuri sentimenti di odio o dalla lucidità di una ragione politica; è certo però che si tratta di cosa ignobile e assolutamente inaccettabile. Per l’ipocrisia, per la violenza, per l’impressionante mancanza di rispetto (che chiunque dovrebbe a chiunque, come noi giornalisti predichiamo tutto il giorno e tutti i giorni dalle nostre testate).
Se nelle vicende che lo hanno legato all’inchiesta sul rapimento dell’imam di Milano Farina abbia commesso degli errori, di quali errori si tratti e in che misura lo abbia eventualmente fatto, saranno altri a stabilirlo, in luoghi deputati e legittimati e con criteri speriamo oggettivi e neutrali, non certo gli esponenti della Federazione della stampa – un organismo sindacale non preposto a sorvegliare la moralità pubblica né le conformità ideologiche dei giornalisti – o qualche suo ex amico.

Nei confronti di Renato Farina c’è un accanimento pubblico che usa un linguaggio che sa di purghe, fare un passo indietro in nome del buon senso comune e del rispetto della persona ci sembra il minimo in un paese che si definisce civile.

L'uomo di marmo

martedì, settembre 19, 2006

Io e Bikila, ovvero vi racconto come è andato il mio secondo allenamento

Che invidia. Apprendo dalla rete che, sabato sera, Gasparotto ha partecipato alla Corriroma 2006, gara di 11 chilometri sulle strade di Bikila, un mito, il vincitore scalzo della maratona olimpica del 1960. Come se non bastasse, Manlio, - spero non se ne abbia a male se lo chiamo per nome anche se non lo conosco di persona - ha corso assieme a Baldini, nella stessa gara, s'intende. Sarà stata una grande corsa, davvero! Io nel piccolo, però, non posso lamentarmi.

Intanto la mia marcia di avvicinamento all'unico obiettivo stagionale, la partecipazione alla Stracinisello in calendario per domenica 8 ottobre, prevedeva la mia seconda uscita stagionale di corsa. E le cose, tutto sommato, sono andate bene, anche se gli inconvenienti extra agonistici non sono certo mancati.
Ma tutti gli accidenti dell'esistenza ho cercato di girarli a mio favore e penso di esserci riuscito. Per esempio: ho sfruttato la rottura in settimana dell'ascensore per salire un paio di volte 6 piani a piedi; agli appuntamenti ci arrivo di corsa, e leggermente in ritardo, orologio alla mano, con quella giusta dilazione di tempo che finisce per non esasperare chi mi aspetta. Con l'autobus al mattino faccio lo stesso. Predispongo le cose in modo tale che sia costretto sempre a correre per agguantarlo in tempo. Tutte queste operazioni, sottili sotterfugi, scappatoie esistenziali, mi evitano di programmare più uscite di allenamento durante la settimana che in ogni caso non avrei tempo di fare, per impegni di famiglia e di lavoro. Con questa non so se raffinatissima tecnica mi tengo sempre in allenamento anche se non seguo tabelle rigorose; del resto, fartlek e ripetute sono naturalmente nel mio Dna e faccio come gli indiani che per certe faccende vanno dietro all'istinto della prateria.

Dopo la prima uscita di domenica scorsa, mi ero imposto un' allenamento all'interno della settimana lavorativa, giovedì o venerdì.Giovedì non potevo, venerdì ho fatto di tutto per correre. Ma alla sera, arrivato a casa verso alle 19 è giunta la classica nuvola fantozziana a rovinare tutto il programma. Allenamento rimandato al sabato pomeriggio. Ecco come è andata.
Esco, trotto tranquillo sull'asfalto, da casa sino all'ingresso del Parco Nord, da dove è possibile prendere un sentiero e infilarsi in un bosco.
I primi sette- otto minuti sono al piccolo trotto. Controllo l'andatura, ho il cardofrequenzimetro, acquisto fresco del sabato mattino (così poi non ditemi che sono rimasto ai tempi del far west), ho la percezione di aver sgomberato i pensieri in sovrabbondanza nella mia testa), non sento
alcuna fatica ma mi sento impacciato nei movimenti, specie quelli degli arti superiori. Le gambe e le spalle sono rigide e non accompagnano con naturalezza il gesto atletico. Solo un attimo di riflessione sulla tecnica, poi mi butto nell'agone agonistico, infilo il sentiero del parco, svolto a destra e mi investe un sovrappiù di natura: alberi, ombra, persino il profumo della corteccia e dei fili d'erba. Il clima è ancora caldo ma non asfissiante. Ogni tanto sento anche un po' di fresco e un refolo di vento. A questo punto, dopo una decina di minuti di corsa, mi prende la classica euforia da corsa. Il cervello produce una sostanza che toglie il senso della fatica e spinge ad andare più forte (questa vicenda la lessi anche sulla rivista Correre).

I battiti del cuore aumentano, incrocio una giovane famigliola in bicicletta che conosco. Oh mamma, non mi hanno mai visto prima in mutande da corsa e chissà che cosa pensano a questo punto? Li supero, accenno un saluto. Proseguo. Quasi muoio di vergogna. Dopo un centinaio di metri inverto il senso di marcia. L'istinto mi guida e cambia il mio stato d’animo, mi sento gagliardo. Ora voglio seguire le persone che conosco (lo so rischio il ridicolo), vorrei agganciarli, stare sulla loro scia, dietro la loro bicicletta. Corro e corro, ma a questo punto mi accorgo che mi mancano chilometri di allenamento e di più non posso fare. La famigliola sfuma all'orizzonte e io per, senso pratico, rallento.

Ancora un centinaio di metri e proprio sento un desiderio grande di fermarmi. Non ci penso due volte, mi fermo e poi cammino. Totale: venti minuti di corsa senza interruzioni.
Il cervello giunto ad un certo punto non dà più stimoli, urge uno stop.

Proseguo senza rimorsi di coscienza il mio allenamento, in fondo è solo la seconda uscita. Ora vado a piedi. Dopo una decina di minuti mi torna la voglia, di correre. Aggancio la salitella, una rampa secca e carogna, che uso come test, quando vado in bicicletta, per capire la mia condizione. Se arrivo in cima senza il fiatone, significa che sono allenato, altrimenti ho ancora molto da lavorare. Salgo senza forzare e il mio cardofrequenzimetro indica che sono arrivato quasi al massimo delle pulsazioni.
In cima mi fermo, torno a casa passeggiando. Soddisfatto. Ora lascerò passare almeno due giorni di riposo assoluto. Il prossimo allenamento lo programmo per mercoledì mattina, prima del lavoro, quindi alzataccia. La prossima volta voglio correre 30 minuti filati senza fermarmi. Poi qualche allungo per sgranchirmi i muscoli. La vera fatica sarà correre prima delle 7.

Augh!

mercoledì, settembre 13, 2006

Storia minima e personale di uno che è tornato a correre

Si torna in pista. Anzi, sulla strada. Sul sentiero sbriciolato del Parco Nord, a risentire il vento e la fatica "che effetto che fa". Avevo deciso di smettere la corsa dopo un incidente a Selvino, l'indomani di una non competitiva tutta salita e discese. Mi ero saccagnato la schiena. Questo accadde cinque anni fa. Dal farmacista, dopo l'incidente, rimediai solo rampogne "Lei ormai è vecchio!", e un cerottone rilascia sostanze rivelatosi poco efficace. Ma se avrò avuto nemmeno 36 anni! Mi aveva bruciato Bergomi, e questo mi dava fastidio. Nei primi chilometri e in discesa, brillante, poi alle prime salite, lo "zio" mi aveva agguantato e umiliato. Pazienza. Io non ho mai giocato nell'Inter e il fiato me lo sono costruito da solo senza allenatori. Un po' di agonismo, sì ma ai tempi delle superiori nella mitica quanto defunta Atletica Mediolani, morto il ramo maschile mentre quello femminile è vivo e vegeto.
La schiena è andata a posto da solo dopo cinque mesi ma a piedi, di corsa, non ci sono più tornato, in compenso sono salito su una bicicletta, uscite amatoriali per la Brianza, al massimo fino a Carate, Agliate, Zoccorino e poi ritorno.

Una settimana fa, complice la scusa di togliere qualche etto (forse chilo) di troppo, ecco la decisione: si torna a correre. Se aggiungiamo che la corsa fatta assieme al figlio decenne, ti risolve il problema di fare qualcosa di intelligente e socializzante con l'erede, il gioco è fatto.

Partenza al piccolo trotto, un assaggio. Ma la vis agonistica spinge a seguire un tapascione ultracinquantenne che trotteggia al rallentatore. Indossa la divisa della squadra amatoriale di Cinisello Balsamo. Destinazione Parco Nord, da casa nostra nemmeno un chilometro. Il figlio tiene, è gagliardo. Biondo, piccolo Adone entusiasta. A scuola fa judo, ma vorrebbe praticare calcio, in una squadra come la Stella Azzurra di Cinisello, ma nessuno ha il tempo di portarlo agli allenamenti (poverino).

Rimediamo come possiamo. Sport (corsa a piedi) con il padre, in alternativa bicicletta. Va beh, non sono Gasparotto, quello della Gazzetta. Non seguo tabelle, non mi faccio visitare dal dottor Tavana, non metto sul bilancino la dieta che dovrei seguire. In compenso sono andato dal mio medico di base per un tagliando, dopo un paio di brutte nottate al limite dell’incontinenza.
“Via, vada al Bassini e faccia tutti i prelievi di sangue e urina”. Risultato degli esiti? Sembro sano come un pesce, sotto accusa una bustina di cibo precotto e riscaldato. Il fegato ne ha sofferto. Altra conseguenza importante della visita dal mio medico, finalmente so quanto ho di ematocrito (49). Splendido, se dovessi superare i 50 non potrei partecipare al Giro d'Italia, mi fermerebbero per sospetto doping.

Con queste e altre credenziali agonistiche (ho un personale di 1 ora e trentacinque minuti sulla mezza maratona e i 15 chilometri li percorro in un'ora e cinque minuti, ma non chiedetemi quanto faccio al chilometro), mi appresto a prepararmi alla Stracinisello, in programma agli inizi di ottobre, eroica tapasciata di periferia.

Io sono così, quando decido di fare una cosa, brucio i tempi. E penso al povero Gasparotto che è mesi che sta seguendo le tabelle di allenamento e ha subito persino un incidente! Quindi, si naviga a vista. Chiamatemi pure l'antiGaspa. Corro a sensazioni.

Il primo allenamento è andato bene, un'oretta fra corsa e camminata, pausa alla fontanella, due allunghi di trecento fatti all'85 per cento delle possibilità e un po' di fartlek nel tratto di salita e discesa del Parco Nord a rincorrere una squadra femminile di pallavolo in allenamento aerobico. Solo a quel punto il piccolo (ma non troppo) Adone Emanuele ha gettato la spugna. Ha rallentato ma non si è fermato, nemmeno in salita, però me ne ha dette di tutti i colori. Dopo l'allenamento di domenica, riposo. La prossima uscita in settimana, giovedì o venerdì. Poi ci daremo sotto nel fine settimana. Vedremo, però. Se saremo ispirati. Se mi stufo torno in bici.

Non mi chiamo mica Gasparotto, quello della Gazzetta che segue le tabelle.


-seguirà-

lunedì, settembre 11, 2006

ISPIRAZIONE

… da ragazzo correvo in bicicletta.

Era la mia stagione eroica, adoravo il fruscio delle gomme leggere sull'asfalto, l'odore acre di fumo, di bagnato, di terra che assorbivo, la testa incassata nelle spalle, chino sul manubrio attraverso i paesi, le campagne, gli acciottolati sconnessi di volata.

Le salite allora erano polverose ed estenuanti sotto il sole. Solo chi ha lungamente lottato sulle strade può comprenderne tutta la poesia… … ricordo quegli anni come un susseguirsi di lunghe volate nella polvere delle strade di campagna, nella pioggia e nel freddo, perché uscivo anche d'inverno tanta era la passione. Rivestivo di contenuto epico quel lirico senso di vita, di giovinezza, di scoperta che era nel mio cuore.

Il mondo era tutto da conoscere, era tutto da dipingere… .

Aligi Sassu