giovedì, luglio 15, 2010
sabato, marzo 14, 2009
domenica, febbraio 22, 2009
Cannavò, per tutti maestro di giornalismo

domenica, febbraio 08, 2009
FIRMA L'APPELLO PER ELUANA

Eluana rischia dunque di morire sulla base di una volontà solo presunta, e sarebbe l’unica persona a subire una tale sorte, poiché nessuna delle leggi sul fine-vita in discussione in Parlamento permetterà più questo obbrobrio.
Signor Presidente, Le chiediamo fermamente di non permettere questa tragedia, che sarebbe un insulto sanguinoso alla storia, alla cultura, all’identità stessa del nostro Paese, convinti come siamo che nessuno deve essere costretto a morire per un formalismo giuridico.
Le chiediamo un intervento perché – di concerto con il Governo – sia data una moratoria alla sospensione dell’alimentazione e idratazione cui è sottoposta Eluana, in attesa che il Parlamento – nelle cui fila si è già appalesata un’ampia maggioranza in sintonia con la maggioranza che vi è nel Paese – possa pronunciarsi su un’adeguata legge.
Siamo certi che Ella non rimarrà insensibile al nostro appello.
Primi firmatari:
Giancarlo Cesana
Francesco Cossiga
Maurizio Gasparri
Paola Binetti
Vittorio Feltri
E’ possibile aderire all’appello in questo modo:
- andando sul sito www.appellonapolitano.enter.it
sabato, febbraio 07, 2009
Jannacci e Eluana: "Ci vorrebbe la carezza del Nazareno"

Ateo, forse che no. Di sinistra. Sicuro. Medico. Certamente. Cantautore. Assolutamente. Enzo Jannacci ci ha stupito, ma nemmeno poi tanto se torniamo alla memoria di tanti suoi successi. La Pietas, il guardare l'uomo che soffre, l'ultimo, il barbun, come in una delle sue canzoni più belle e nostalgiche: "El purtava i scarp del tennis". E tante altre ancora; ho visto un re. E' lo stesso Jannacci, di sempre. Non è impazzito. Il medico poeta che davanti all'immagine di una donna che ancora vive (anche se è iniziata da alcune ore la pratica eutanasica di toglierle acqua e alimentazione), non può che riconoscere che la vita, qualunque essa sia, è degna di essere vissuta sino in fondo. Lo dice un medico. E raffinato, nostalgico poeta.
Alcune canzoni di Jannacci sono tristi. Ma se la vita non fosse triste, sarebbe disperata. Come diceva Don Giussani.
Il Corriere della Sera ha pubblicato una splendida intervista al cantautore milanese sulla vicenda di Eluana Englaro. Eccola sotto.
Jannacci: allucinante fermare le cure «La vita è importante anche quando è inerme e indifesa. Fosse mio figlio mi basterebbe un battito di ciglio»
Ci vorrebbe una carezza del Nazareno» dice a un certo punto, e non è per niente una frase buttata lì, nella sua voce non c'è nemmeno un filo dell'ironia che da cinquant'anni rende inconfondibili le sue canzoni. Di fronte a Eluana e a chi è nelle sue condizioni — «persone vive solo in apparenza, ma vive » — Enzo Jannacci, «ateo laico molto imprudente», invoca il Cristo perché lui, come medico, si sente soltanto di alzare le braccia: «Non staccherei mai una spina e mai sospenderei l'alimentazione a un paziente: interrompere una vita è allucinante e bestiale».
È un discorso che vale anche nei confronti di chi ha trascorso diciassette anni in stato vegetativo? «Sono tanti, lo so, ma valgono per noi, e non sappiamo nulla di come sono vissuti da una persona in coma vigile. Nessuno può entrare nel loro sonno misterioso e dirci cosa sia davvero, perciò non è giusto misurarlo con il tempo dei nostri orologi. Ecco perché vale sempre la pena di aspettare: quando e se sarà il momento, le cellule del paziente moriranno da sole. E poi non dobbiamo dimenticarci che la medicina è una cosa meravigliosa, in grado di fare progressi straordinari e inattesi».
Ma una volta che il cervello non reagisce più, l'attesa non rischia di essere inutile?«Piano, piano... inutile? Cervello morto? Si usano queste espressioni troppo alla leggera. Se si trattasse di mio figlio basterebbe un solo battito delle ciglia a farmelo sentire vivo. Non sopporterei l'idea di non potergli più stare accanto».
Sono considerazioni di un genitore o di un medico? «Io da medico ragiono esattamente così: la vita è sempre importante, non soltanto quando è attraente ed emozionante, ma anche se si presenta inerme e indifesa. L'esistenza è uno spazio che ci hanno regalato e che dobbiamo riempire di senso, sempre e comunque. Decidere di interromperla in un ospedale non è come fare una tracheotomia...».
Cosa si sentirebbe di dire a Beppino Englaro? «Bisogna stare molto vicini a questo padre».
Non pensa che ci possano essere delle situazioni in cui una persona abbia il diritto di anticipare la propria morte? «Sì, quando il paziente soffre terribilmente e la medicina non riesce più ad alleviare il dolore. Ma anche in quel caso non vorrei mai essere io a dover "staccare una spina": sono un vigliacco e confido nel fatto che ci siano medici più coraggiosi di me».
Come affronterebbe un paziente infermo che non ritiene più dignitosa la sua esistenza? «Cercherei di convincerlo che la dignità non dipende dal proprio stato di salute ma sta nel coraggio con cui si affronta il destino. E poi direi alla sua famiglia e ai suoi amici che chi percepisce solitudine intorno a sé si arrende prima. Parlo per esperienza: conosco decide di ragazzi meravigliosi che riescono a vivere, ad amare e a farsi amare anche se devono invecchiare su un letto o una carrozzina».
Quarant'anni fa la pensava allo stesso modo? «Alla fine degli anni Sessanta andai a specializzarmi in cardiochirurgia negli Stati Uniti. In reparto mi rimproveravano: "Lei si innamora dei pazienti, li va a trovare troppo di frequente e si interessa di cose che non c'entrano con la terapia: i dottori sono tecnici, per tutto il resto ci sono gli psicologi e i preti". Decisero di mandarmi a lavorare in rianimazione, "così può attaccarsi a loro finché vuole"... ecco, stare dove la vita è ridotta a un filo sottile è traumatico ma può insegnare parecchie cose a un dottore. C'è anche dell'altro, però».
Che cosa? «In questi ultimi anni la figura del Cristo è diventata per me fondamentale: è il pensiero della sua fine in croce a rendermi impossibile anche solo l'idea di aiutare qualcuno a morire. Se il Nazareno tornasse ci prenderebbe a sberle tutti quanti. Ce lo meritiamo, eccome, però avremmo così tanto bisogno di una sua carezza».
Fabio Cutri
6 febbraio 2009
venerdì, dicembre 19, 2008
Guardare la verità, contro le leggende nere

giovedì, dicembre 18, 2008
Una ripassata di storia per l'Onorevole Gianfranco Fini
A proposito delle dichiarazioni di Gianfranco Fini
mercoledì, dicembre 17, 2008
Solzhenitsyn in Brianza



venerdì, dicembre 12, 2008
Il sorriso della prigioniera

La narrazione procede a intreccio, gli anni della giovinezza con quelli della detenzione, un espediente, una tecnica, che contribuisce a rendere ancora più potente il materiale narrato. Le due ere, prima e dopo, si fronteggiano e si amalgamano.
Sul tono delle parole: dovessimo immaginarle come pennellate sono quelle dei maestri che realizzano le icone russe, come se l'arte, sempre, dovesse essere obbedire alla Croce, al sacrificio.
Nel 1982, tre anni dopo la vittoria della rivoluzione antimonarchica dell’ayatollah Khomeini, Marina Nemat a soli 16 anni viene arrestata e condotta nel carcere di Evin, destinato ai prigionieri politici condannati alla pena capitale. Scampata all’esecuzione all’ultimo minuto, viene rilasciata dopo due anni, due mesi e dieci giorni di detenzione in cui è sottoposta a torture fisiche e psicologiche. Sposatasi, a 26 anni si trasferisce con il marito in Canada dove risiede tuttora insieme ai suoi due figli e dove ha trovato la forza di raccontare la sua storia per denunciare torture e abusi subiti dai prigionieri politici in Iran. Vive a pochi chilometri da Toronto e non è mai più tornata in Iran.
mercoledì, dicembre 10, 2008
L'odissea di un vero dissidente quando il "dissenso" non esisteva


giovedì, dicembre 04, 2008
Fra social card e Ilaria d'Amico
Come dice bene la sempre brava Annalena Benini sul Foglio"senza brioches" non si può vivere. Figurarsi senza la celestiale visione di Ilaria D'Amico. Va be... Alla fine risolvo il mio problema. Cambio i fili che si collegano all'antenna e mi faccio sostituire il decoder che è andato in corto circuito. Oggi vedo, domani cercheremo di capire che cosa è successo e, soprattutto,se aumenterà il mio abbonamento a Sky, che è quello che costa meno e mi serve anche per lavoro.
martedì, novembre 25, 2008
Un angelo mi ha salvato, il libro di Marco Palmisano
Marco Palmisano, giovane dirigente televisivo di successo, voleva correggere una miopia col laser e si rivolse ad uno specialista. Invece il chirurgo usò il bisturi. Fu l'inizio del suo calvario che racconta nel suo libro dal titolo "Un angelo mi ha salvato".
Il volume pubblicato negli Oscar Mondadori e giunto alla terza edizione, prefazione di Fiorello e una lettera di Maria De Filippi, dopo appena due mesi dalla pubblicazione ha già venduto oltre trentamila copie. Un successo editoriale - l'opera è anche una sorta di breviario laico prodigo d'insegnamenti - di cui l'autore non sa ancora capacitarsi: "Alla Mondadori mi dicono; lo sa dottor Palmisano che quando un libro riesce a vendere 10 mila copie diventa già un fenomeno editoriale e, in appena due mesi, ne abbiamo già sfornati 30mila? Sarà la rete di rapporti, le amicizie, il passaparola, la presentazione del volume nelle televisioni, ambiente che ben conosco, però c'è qualcosa di stupefacente che faccio fatica a spiegare. Si figuri che so addirittura di un sacerdote che lo fa leggere ai ragazzi come testo da affiancare al libro di catechismo".
Le pagine raccontano in prima persona la sua vicenda, una storia nella quale molte persone si sono immedesimate e che travalica la curiosità intellettuale o il semplice desiderio di gustarsi in pantofole un bel libro. "Il mio libro - spiega Palmisano - ha suscitato grande interesse, vista la quantità di messaggi quotidiani, anche un centinaio, che continuo a ricevere quotidianamente al mio indirizzo di posta elettronica". Ma ripercorriamo brevemente la vicenda che sembra tratta da una sceneggiatura così imprevedibile che spiazzerebbe qualsiasi autore di fiction televisive. Marco Palmisano è un dirigente televisivo che dopo gli studi in Filosofia ha avuto una carriera fulminante, da far invidia. Nell'84 era capoufficio stampa di Roberto Formigoni, per dire, allora vicepresidente del Parlamento europeo. Un giorno incontrarono Silvio Berlusconi: "Qualcuno di voi potrebbe venire nelle mie televisioni?". Dopo 48 ore Palmisano fu convocato dal Cavaliere ad Arcore. L'indomani era da Fedele Confalonieri che lo introdusse nelle dinamiche del gruppo. Poi, presto, Palmisano fece velocemente carriera all'interno di Publitalia, la concessionaria pubblicitaria delle reti Mediaset. I contatti di lavoro, tanti. Gli amici, pure. E, nel contempo, anche una fede cristallina.
Intanto era entrato nei "Memores Domini", il gruppo consacrato di laici fondato da Don Luigi Giussani. Abitava assieme in casa con altre persone, condivideva i lavori di casa - a turno - e i momenti di riflessione e di preghiera. Una comunità monastica, insomma, anche se immersa nella vita e nelle cose di tutti i giorni. Paradosso dei paradossi per un manager Mediaset, in casa non c'era la televisione, per osservanza della regola. Bene. Oltre a tutto ciò, Marco Palmisano trova anche il tempo e soprattutto la passione, di fondare il Club Santa Chiara, associazione che riunisce operatori a vario titolo alcuni professionisti della comunicazione. Poi, alla vigilia d'ennesima promozione, irrompe il dramma. Per correggere una leggera miopia astigmatica, si sottopone ad un semplice intervento agli occhi. L'operazione sembrava di routine: il laser aveva già fatto il suo ingresso in Italia con minime controindicazioni al paziente ma quel pomeriggio il chirurgo volle inspiegabilmente ricorrere al bisturi. "Dalla sera stessa ebbe inizio una vicenda allucinante da cui appena oggi riesco fisicamente a uscire, ricorda lo stesso autore nel suo libro. A poche ore dall'intervento avvertii infatti un acuto e profondo dolore nella parte sinistra della nuca, come trafitto dalla spada". Seguirono sei anni d'inferno, costretto a vivere nell'oscurità per proteggersi dalla luce. Tormentato da dolori lancinanti che lo costrinsero ad abbandonare ogni attività professionale e sociale. Palmisano dovette lasciare la casa dei laici consacrati e trovò rifugio da sua mamma a Legnano. Tra la ricerca di una cura efficace e la tentazione di farla finita, questi sei anni sono trascorsi in una profonda sofferenza, al limite della sopportazione umana.
Fino a quando, era il 22 febbraio 2006, Marco si reca da due frati, Padre Atanasio e fra' Carmelo con l'intenzione di confessare a loro tutte le sue mancanze, comprese quella definitiva che aveva in animo di compiere da lì a poco. Ma dopo l'incontro, prima del commiato, uno dei frati gli indicò la statua di Santa Teresina, dicendogli:"Marco, oggi, nel giorno che ricorda la scomparsa di don Giussani, affidati a Lui e prega santa Teresina, perché anche Lei nella malattia ha avuto più volte, ricorrente, la tentazione del suicidio". Il dirigente, l'esperto di comunicazione, il navigato dirigente televisivo, obbedì ai religiosi: s'inginocchiò e iniziò a recitare la Novena delle Rose, una forma particolare di preghiera affidata all'intercessione di un santo che si recita per nove giorni di seguito con la richiesta di ottenere una grazia importante. Da lì a poco nella vita di Marco irruppe Giovanna Bardellini, medico chirurgo omeopata di Monza che inizia a comprendere la malattia, trova la cura efficace, gli ridona la salute e con lui incontra l'amore.
In un brano del libro, Palmisano sottolinea di non aver "mai lesinato sulla domanda di bene che il suo cuore poneva alla realtà, neanche quando si sarebbe potuto accontentare e che la grandezza di una persona si misura in base a quel che cerca e all'insistenza con la quale rimane in ricerca".
Come nascono queste affermazioni, così chiare e limpide, immersi come siamo in un mondo impregnato di scetticismo e relativismo rispetto agli ideali?: "E' perché Dio mi ha voluto far conoscere la grazia del dolore - ci racconta - che mi ha fatto riscoprire ciò a cui dovevo rimanere veramente attaccato".
Nel libro si trovano parole splendide e un intero capitolo a proposito dell'innamoramento. E frasi tipo: in amore il miglior attacco è la resa! Qual è il consiglio che darebbe ai giovani che si innamorano?: "Certo, di cedere a tutto, perché il cuore, la ragione, il sentimento cedono di fronte a ciò che vuoi bene. Ma non devi buttarti via alla prima emozione. Bisogna sapere aspettare il momento giusto e avere il rispetto del proprio corpo. Questo è proprio da dire, senza provare vergogna!". E con il mondo della televisione, come la mettiamo? "Alle persone che incontro sul mio posto di lavoro dico di raccontare l'uomo così com'è. Ci sono esperienze di autenticità, programmi di qualità al momento minoritari; bisogna produrne sempre di più. Ah, lo sa, il 20 novembre il Club Santa Chiara festeggia Mike Bongiorno, un riconoscimento ad un uomo speciale, conosciuto da generazioni, che in tanti anni di carriera è sempre stato se stesso". di Angelo De Lorenzi (tratto dal settimanale "Stop")
lunedì, ottobre 13, 2008
Armstrong correrà il Giro d'Italia
martedì, settembre 09, 2008
IL DIO DI ROSERIO IN SELLA AI MONDIALI

In occasione dei campionati Mondiali di ciclismo 2008 che si svolgeranno a Varese l'Associazione Giovanni Testori e il Comune di Varese presentano: Il dio di Roserio, spettacoloteatrale da un testo di Giovanni Testori con Maurizio Donadoni e la regia di Valerio Binasco.
Il talento del grande scrittore lombardo enucleato in uno dei racconti imperdibili delNovecento. Una corsa ciclistica diventa nelle pagine di Giovanni Testori la metafora della condizione umana, dei suo drammi, elevazioni ed aspettative. Maurizio Donadoni porta in scena il dio di Roserio, racconto che rivelò il talento del grande scrittore lombardo.
L'appuntamento è alle ore 21 di venerdì 12 settembre al Teatrino "Gianni Santuccio" a Varese, via Sacco 10.
Lo spettacolo sarà preceduto da un incontro di presentazione del dramma testoriano con Maurizio Donadoni e Paola Ambrosino, studiosa di letteratura del '900, autricedel volume "Da Guernica a Roserio in bicicletta.
In rete ho inoltre trovato in rete questo omaggio a Testori e al suo racconto dal titolo Al Consonni Sergio. Lo trovate a questo indirizzo:
http://brianzolitudine.splinder.com/post/8669971
Al Consonni Sergio
Il Dio di Roserio per allenarsi
andava al Segrino, alla Valassina,
dalla madonnina alla madonnina
su fino al Ghisallo, la fronte china
sopra quel manubrio in piena catarsi
fisica. E arrivato, andava a sciacquarsi
dopo aver pisciato in una latrina
turca, redarguendo i gregari scarsi.
Ma tremava, dentro, perchè in salita
aveva inseguito a Villa Raverio
verso il Monticello (lunga, inaudita
via crucis del ciclo) alla prima uscita
quel gregario, che scalava sul serio,
il Consonni semidio di Roserio.
L'è sta un sass? E' stato un sasso? Non ne sono mica tanto certo. Ma è certo e indiscutibile che Il Dio di Roserio di Giovanni Testori sia il più bel racconto del novecento italiano, nel più bel libro di racconti del novecento italiano: Il Ponte della Ghisolfa.
Allucinato racconto di periferia nord-milanese, fotografia impietosa del boom padano-pagàno del primo dopoguerra, il racconto del Dio narra la competizione tra due ciclisti dilettanti pronti a tutto, pur di emergere dal fango esistenziale in cui si trovano ed arrivare alla gloria: il campione Dante Pessina (il Dio di Roserio) e il suo scalpitante gregario Sergio Consonni.
Questi osa sfidare il Pessina per una vittoria, ben oltre l'inosabile: perderà letteralmente la testa e la lucidità in una ferale caduta, volutamente provocata dal Pessina che poi si laverà le mani giustificandosi appunto così: L'è sta un sass. Successo e vittoria cinicamente uber alles: ordinarie storie di successo di tutti i giorni, nella Brigantia-Brianza.
Testori, nato e vissuto a Novate Milanese da genitori di Canzo (sua mamma, bellissima, era chiamata la stella della Valassina), era brianzolo per nascita ma purtroppo non per residenza, e davvero per un pelo. Però egli brianzolo lo è stato pienamente, fino in fondo per quella tensione, per quell'irrisolto interiore che sempre l'ha corroso dentro, ben riconoscibile nella pastiche linguistica allucinata del Dio di Roserio e di tante sue opere successive.
Giovanni Raboni disse che Testori è un grande del novecento col quale dovremo fare i conti, presto o tardi. Io da più umile brianzolo ricordo semplicemente ammirato le prime venti pagine del Dio, quella visione espressionista della gara di bicicletta in Brianza, dagli occhi-telecamera del Consonni a ruota del Pessina: Ass, Onn, Lecch, Erba, Còm. Cristo, bestia d'un linosa, mòla troia, mòla!
Perchè non c'è scampo: il tema della bicicletta, di questo sellino-divano da psicanalisi è una delle chiavi cruciali per capire e carpire l'essenza della gente brianzola. Quando qualcuno mi domanda se c'è davvero così tanto da dire sulla Brianza, io rispondo che - solo a parlare di ciclismo e di ciclisti brianzoli - potrei tirare avanti per ore, se non per anni. Se non per sempre.
Il ciclismo in Brianza ha una cruciale valenza metaforica e simbolica, sia interna (perché disegna alla perfezione l'individualità chiusa del brianzolo e i suoi rapporti di forza e di gerarchia: tra cap e gregari, tra padron e operari) che esterna (in particolare nei rapporti coi milanesi che in Brianza ci salgono pedalando, e che vedono in essa un femmina da possedere, da percorrere tutta con la bicicleta nova, un rapporto di odio-amore con substrato di grande valenza psicanalitica).
Per i milanesi, sulle strade pedalabili della Brianza esistono due esami cruciali: c’è una salita da diploma ciclistico (il Monticello, lunga rampa in ascesa da Carate a Monticello appunto) e la laurea dei veri grimpeur, l'erta durissima del Ghisallo in alta Valassina, ove è collocato il noto Santuario della Madonna dei ciclisti, con tanto di bicicletta esposta del Fausto Coppi.
E su quei banchi di scuola asfaltati, il Monticello e il Ghisallo, dove hanno studiato e studiano grandi e piccole divinità dei pedali, si può assistere anche a qualche viscontiana Caduta degli Dei, come capitò al mio amico ciclista di Vedano che, salendo l'ultima rampa dura del Monticello, ebbe a superare e riconoscere (quasi un novello Renzo che incontra il tumefatto Don Rodrigo nel lazzaretto) un ingrassato, lentissimo, irriconoscibile, appagato e affaticato Gianni Bugno a fine carriera che, per tirare là ancora una stagione di ingaggio, usciva proprio sul Monticello (da monzese qual era) a farsi il suo quotidiano giro di allenamento.
Il mio amico, riconoscendo incredulo cotanto campione del mondo, ancora in attività, ebbe un moto di vergognosa umiltà nel superarlo e per riparare gli si propose improvvisato gregario, gridandogli: dai Bugno seguimi, se te sèt stanc te tiri su mi! Al che il Bugno Gianni se ne uscì con il più classico, diretto e scontato degli insulti brianzoli: Ma va a da via il c.!
Eh, già. Tante ascese e cadute di piccoli e grandi Dei di Roserio, su queste vette ciclistiche brianzole.
Armstrong di nuovo in sella, scoop o bufala?
La notizia, pubblicata su VeloNews, potrebbe essere confermata questo mese in un articolo esclusivo su Vanity Fair. Ma le voci del ritorno di Armstrong si sono diffuse a tamburo battente anche al Giro del Missouri, in svolgimento questa settimana.Potrebbe essere una clamorosa bufala, anche perché L'Astana avrebbe già smentito però - come scrive oggi la Gazzetta.it ci sono
" almeno due indizi che fanno pensare che sia davvero possibile. Primo: Armstrong ad agosto ha di nuovo chiesto di essere inserito nel programma di test antidoping a sorpresa dell’Agenzia americana (chi voglia tornare a correre deve farlo almeno 6 mesi prima dell’inizio della nuova stagione). E, stando alle indiscrezioni, avrebbe intenzione di pubblicare su Internet tutti i risultati dei test a cui si sottoporrà in futuro con la squadra".
Che abbia voglia di pedalare non c'è dubbio. La maratona, disciplina in cui si era cimentato non lo ha soddisfatto pienamente. Non è vecchissimo e forse ha voglia di dimostrare che ha vinto pulito i suoi Tour. Questo il sensodella sfida, probabilmente.
martedì, agosto 26, 2008
Cammarelle su Quasi Rete
Garzelli, primo nella classifica Uci, prenota il "suo" mondiale
lunedì, agosto 25, 2008
Mondiali di ciclismo a Varese (-34), i corridori che vedono l'azzurro

Mancano 34 giorni alla prova iridata di Varese e la squadra che farà sembra essere lievitata nella mente del Ct Ballerini. (nella foto una fase della Coppa Agostoni) E' da settimane che afferma che c'è un'unica certezza per la nazionale e questa è Bettini, però dall'intervista apparsa sulla Gazzetta, si possono già trarre alcune considerazioni interessare e azzardare già un pronostico dei convocati.
Intanto l'analisi tecnica della corsa che avremo a Varese. Non è un percorso duro, pero non è adatto nemmeno a velocisti puri. Sembra essere il circuito più adatto al Bettini dei giorni migliori. Non c'è tempo per fiatare, dopo le salite. Dice Ballerini: " è più insidioso di quello di Madrid, dalla cima di via Montello il gruppo si allunga e non recuperi più fino alla fine della discesa, il tratto di pianura è breve, così alla salita dei Ronchi arrivi in affanno."
Le squadre che sanno di avere un potenziale vincitore cercheranno di tenere assieme il gruppo. Oppure di lanciarequalche "mezza punta" in avanscoperta per alzare il ritmo della gara.
Quindi Ballerini avrà bisogno: di ottimi faticatori e corrridori d'esperienza per tenere assieme il gruppo (Bruseghin, Tosatto, Bosisio), oppure per inserirsi nelle fughe.
Dei guastatori che all'occorrenza possono entrare nelle fughe o lanciarsi all'attacco se Bettini non sarà in forma nel giorno del Mondiale (Cunego, Pellizzotti, Ballan, Rebellin).
Corridori fidati, gregati di lusso come Paolini che su un percorso del genere possono anche disputare la volata.
Ps. Ballerini vede di buon occhio Bosisio al quale affiderà un ruolo speciale e potrebbe portare come riserva il buon Ginanni.
Per riassumere:
Probabili convocati
Paolo Bettini, Luca Paolini, Davide Rebellin, Matteo Tosatto, Gabriele Bosisio, Marzio Bruseghin,Alessandro Ballan, Damiano Cunego,Franco Pellizzotti
domenica, agosto 24, 2008
Cammarelle, l'ultimo oro arriva da Cinisello Balsamo
Cammarelle ha imparato a tirare a Cinisello Balsamo, da Biagio Pierri, primo tecnico di Cammarelle, insieme ad Aldo Turla, presidente della società Rocky Marciano di via XXV Aprile. Ora vive ad Assisi e a Cinisello ci torna raramente. Ma sicuramente ora tornerà a festeggiare con la sua medaglia d'oro al collo.
Il supermassimo lombardo ha sconfitto il cinese Zhang Zhilei nell’ultima gara del programma dei Giochi. Un colpo ben preciso in avvio del quarto round ha posto fine all'incontro, che ha confermato un ampio pronostico che dava vincente Cammarelle.

