giovedì, luglio 15, 2010

prova

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sabato, marzo 14, 2009

domenica, febbraio 22, 2009

Cannavò, per tutti maestro di giornalismo


Quando se ne va (e si spera su una nuvola più bella e leggera di questa terra) una persona come Candido Cannavò si rimane un po' storditi.
Perché Cannavò è stato un personaggio carismatico, fino all'ultimo giorno, fino all'ultima discesa in mensa assieme ai suoi ragazzi della Gazzetta. Direttore di un giornale comela Gazzetta dello Sport si rimane per sempre, anche da pensionato, anche sul letto di morte. Appunto.

E non è retorica. E' proprio così. Cannavò non giocava a fare la caricatura di se stesso. Io credo che fosse proprio così, come appariva e combatteva nei suoi articoli, nelle sue polemiche. Misurato, equilibrato, quandooccorreva ma anche deciso e duro, tagliente quando serviva.

on è mai stato il mio direttore. Non ho mai scritto una riga per la Gazzetta. Eppure, l'unico giorno in cui lo incontrai me lo ricordo bene. Stava dispensando consigli ai suoi ragazzi. Forse stava criticando un pezzo. Forse ammoniva l'autore, forse criticava la linea di un suo caposervizio. Forse, forse...

Sta di fatto che la sua bonarietà nella critica faceva emergere la pasta dell'uomo: ovvero la passione con la quale esercitava il mestiere. Quella "lezione" di giornalismo valeva anche per me che non ho mai avuto la fortuna di lavorare per il suo giornale. 

Ecco, c'è di buono in questo mestiere, che si può imparare soprattutto dai colleghi e dai maestri che stanno al di fuori del tuo giornale. E tu sei quello che sei perché magari hai rubato un pezzetto di mestiere da quello o da quello. Da Cannavò e da Montanelli, per esempio. Per questo motivo come sono andato in processione a rendere il mio omaggio davanti al corpo del direttore de Il Giornale, non mi dispiacerebbe aggregarmi agli intimi, ai colleghi e agli amici di Candidò per salutarlo un'ultima volta e rendergli omaggio.

Il lavoro di giornalista e questo ce lo ha insegnato Cannavò, non è come quello del bancario. Fare il giornalista è come lo faceva Cannavò. Vicino ai campioni, dolente con Pantani, intristito e angosciato per la brutta piega che aveva preso il ciclismo. Fare il giornalista, perlo più sportivo, richiede passione e tenacia, dedizione da prete, capacità di alzarsi in mezzo alla notte per rifare un pezzo. Voglia di mischiarsi alla canfora degli atleti, stare su un'ammiraglia oppure solo seguire per ore il collegamento televisivo ad una tappa del giro d'Italia.
Cannavò ha amato molto il ciclismo. Ha voluto molto bene a Pantani. Ha concluso la sua carriera professionale (bellissima, arrivava da Catania, aveva praticato atletica e aveva lasciato da parte i suoi studi di medicina, mi pare) scrivendo di "pretacci", occupandosi di progetti di solidarietà. E mi sembra una cosa bella e nobile che abbia fatto tutto questo.

Io spero che domani a Verdelli venga in mente di fare un giornale come se lo avesse partorito direttamente Cannavò,con tanta passione dentro, nelle colonne, sopra e sotto le righe. Nei titoli, nelle didascalie e con grandi immagini. E che ci mettesse anche le foto dei suoi amati ciclisti.

domenica, febbraio 08, 2009

FIRMA L'APPELLO PER ELUANA


Signor Presidente,


la tragica fine che si prospetta per Eluana Englaro non lascia indifferente la coscienza civile dell’Italia.

Eluana è portata a morte senza che sia stata accertata in maniera incontrovertibile la sua volontà, né l’irreversibilità del suo stato vegetativo.
Eluana rischia dunque di morire sulla base di una volontà solo presunta, e sarebbe l’unica persona a subire una tale sorte, poiché nessuna delle leggi sul fine-vita in discussione in Parlamento permetterà più questo obbrobrio.

Signor Presidente, Le chiediamo fermamente di non permettere questa tragedia, che sarebbe un insulto sanguinoso alla storia, alla cultura, all’identità stessa del nostro Paese, convinti come siamo che nessuno deve essere costretto a morire per un formalismo giuridico.

Le chiediamo un intervento perché – di concerto con il Governo – sia data una moratoria alla sospensione dell’alimentazione e idratazione cui è sottoposta Eluana, in attesa che il Parlamento – nelle cui fila si è già appalesata un’ampia maggioranza in sintonia con la maggioranza che vi è nel Paese – possa pronunciarsi su un’adeguata legge.

Siamo certi che Ella non rimarrà insensibile al nostro appello.

Primi firmatari:

Giancarlo Cesana
Francesco Cossiga
Maurizio Gasparri
Paola Binetti
Vittorio Feltri


E’ possibile aderire all’appello in questo modo:
- andando sul sito
www.appellonapolitano.enter.it

sabato, febbraio 07, 2009

Jannacci e Eluana: "Ci vorrebbe la carezza del Nazareno"



Ateo, forse che no. Di sinistra. Sicuro. Medico. Certamente. Cantautore. Assolutamente. Enzo Jannacci ci ha stupito, ma nemmeno poi tanto se torniamo alla memoria di tanti suoi successi. La Pietas, il guardare l'uomo che soffre, l'ultimo, il barbun, come in una delle sue canzoni più belle e nostalgiche: "El purtava i scarp del tennis". E tante altre ancora; ho visto un re. E' lo stesso Jannacci, di sempre. Non è impazzito. Il medico poeta che davanti all'immagine di una donna che ancora vive (anche se è iniziata da alcune ore la pratica eutanasica di toglierle acqua e alimentazione), non può che riconoscere che la vita, qualunque essa sia, è degna di essere vissuta sino in fondo. Lo dice un medico. E raffinato, nostalgico poeta.

Alcune canzoni di Jannacci sono tristi. Ma se la vita non fosse triste, sarebbe disperata. Come diceva Don Giussani.

Il Corriere della Sera ha pubblicato una splendida intervista al cantautore milanese sulla vicenda di Eluana Englaro. Eccola sotto.

Jannacci: allucinante fermare le cure «La vita è importante anche quando è inerme e indifesa. Fosse mio figlio mi basterebbe un battito di ciglio»

Ci vorrebbe una carezza del Nazareno» dice a un certo punto, e non è per niente una frase buttata lì, nella sua voce non c'è nemmeno un filo dell'ironia che da cinquant'anni rende inconfondibili le sue canzoni. Di fronte a Eluana e a chi è nelle sue condizioni — «persone vive solo in apparenza, ma vive » — Enzo Jannacci, «ateo laico molto imprudente», invoca il Cristo perché lui, come medico, si sente soltanto di alzare le braccia: «Non staccherei mai una spina e mai sospenderei l'alimentazione a un paziente: interrompere una vita è allucinante e bestiale».

È un discorso che vale anche nei confronti di chi ha trascorso diciassette anni in stato vegetativo? «Sono tanti, lo so, ma valgono per noi, e non sappiamo nulla di come sono vissuti da una persona in coma vigile. Nessuno può entrare nel loro sonno misterioso e dirci cosa sia davvero, perciò non è giusto misurarlo con il tempo dei nostri orologi. Ecco perché vale sempre la pena di aspettare: quando e se sarà il momento, le cellule del paziente moriranno da sole. E poi non dobbiamo dimenticarci che la medicina è una cosa meravigliosa, in grado di fare progressi straordinari e inattesi».

Ma una volta che il cervello non reagisce più, l'attesa non rischia di essere inutile?«Piano, piano... inutile? Cervello morto? Si usano queste espressioni troppo alla leggera. Se si trattasse di mio figlio basterebbe un solo battito delle ciglia a farmelo sentire vivo. Non sopporterei l'idea di non potergli più stare accanto».

Sono considerazioni di un genitore o di un medico? «Io da medico ragiono esattamente così: la vita è sempre importante, non soltanto quando è attraente ed emozionante, ma anche se si presenta inerme e indifesa. L'esistenza è uno spazio che ci hanno regalato e che dobbiamo riempire di senso, sempre e comunque. Decidere di interromperla in un ospedale non è come fare una tracheotomia...».

Cosa si sentirebbe di dire a Beppino Englaro? «Bisogna stare molto vicini a questo padre».
Non pensa che ci possano essere delle situazioni in cui una persona abbia il diritto di anticipare la propria morte? «Sì, quando il paziente soffre terribilmente e la medicina non riesce più ad alleviare il dolore. Ma anche in quel caso non vorrei mai essere io a dover "staccare una spina": sono un vigliacco e confido nel fatto che ci siano medici più coraggiosi di me».

Come affronterebbe un paziente infermo che non ritiene più dignitosa la sua esistenza? «Cercherei di convincerlo che la dignità non dipende dal proprio stato di salute ma sta nel coraggio con cui si affronta il destino. E poi direi alla sua famiglia e ai suoi amici che chi percepisce solitudine intorno a sé si arrende prima. Parlo per esperienza: conosco decide di ragazzi meravigliosi che riescono a vivere, ad amare e a farsi amare anche se devono invecchiare su un letto o una carrozzina».

Quarant'anni fa la pensava allo stesso modo? «Alla fine degli anni Sessanta andai a specializzarmi in cardiochirurgia negli Stati Uniti. In reparto mi rimproveravano: "Lei si innamora dei pazienti, li va a trovare troppo di frequente e si interessa di cose che non c'entrano con la terapia: i dottori sono tecnici, per tutto il resto ci sono gli psicologi e i preti". Decisero di mandarmi a lavorare in rianimazione, "così può attaccarsi a loro finché vuole"... ecco, stare dove la vita è ridotta a un filo sottile è traumatico ma può insegnare parecchie cose a un dottore. C'è anche dell'altro, però».

Che cosa? «In questi ultimi anni la figura del Cristo è diventata per me fondamentale: è il pensiero della sua fine in croce a rendermi impossibile anche solo l'idea di aiutare qualcuno a morire. Se il Nazareno tornasse ci prenderebbe a sberle tutti quanti. Ce lo meritiamo, eccome, però avremmo così tanto bisogno di una sua carezza».

Fabio Cutri
6 febbraio 2009

venerdì, dicembre 19, 2008

Guardare la verità, contro le leggende nere


Le parole di Fini a proposito delle presunte responsabilità della Chiesa cattolica nel non aver opposto resistenza alle leggi razziali hanno suscitato non poche critiche da parte di giornalisti, storici e intellettuali. Questo fatto fa emergere la seguente questione: continua l'andazzo di esprimere giudizi contro la Chiesa in base a pregiudizi, senza conoscere bene la storia. Qui riporto un breve passaggio dell'articolo scritto da Renato Farina su Libero che andrebbe letto per intero.

"Che la chiesa non si sia opposta alle leggi razziali, è una leggenda nera, proprio fasulla. In realtà Pio XI insistè pesantemente perché le leggi razziali non passassero. Cominciò con un lavoro preventivo, condannando Hitler con l'enciclica "Mit brennender Sorge", contro il razzismo nazionalsocialista".
(Il cattolico Gino Bartali aiutò i fratelli ebrei durante il periodo delle persecuzioni, nascondendo documenti importanti, le loro fotografie, nel telaio della bicicletta durante i suoi allenamenti. Tali documenti assicurarono la salvezza a decine di ebrei).

giovedì, dicembre 18, 2008

Una ripassata di storia per l'Onorevole Gianfranco Fini

Le leggi razziali del 1938 in Italia
A proposito delle dichiarazioni di Gianfranco Fini

Dall'Osservatore Romano 17 dicembre 2008. Ha suscitato stupore e molte polemiche il discorso pronunciato ieri dal presidente della Camera dei deputati italiana, Gianfranco Fini, in occasione di un convegno per il settantesimo anniversario dell'introduzione delle leggi razziali in Italia. "Ma l'ideologia fascista - ha detto Fini - non spiega da sola l'infamia.
C'è da chiedersi perché la società italiana si sia adeguata, nel suo insieme, alla legislazione antiebraica e perché, salvo talune luminose eccezioni, non siano state registrate manifestazioni particolari di resistenza. Nemmeno, mi duole dirlo, da parte della Chiesa cattolica". Politici, storici e media sono intervenuti per correggere o sostenere le affermazioni di Fini. Non è vero che la Chiesa italiana non si oppose alle leggi razziali del 1938, ha puntualizzato subito Radio Vaticana, intervistando due autorevoli contemporaneisti che hanno dedicato importanti studi al periodo in questione: Francesco Malgeri, dell'università di Roma La Sapienza, e Andrea Riccardi, dell'università di Roma Tre.
I silenzi di un Paese intero titola oggi in prima pagina il "Corriere della Sera" un dettagliato articolo del vicedirettore Pierluigi Battista che mostra come intellettuali, senatori e antifascisti tacquero quasi tutti. "Fini "scivola" su leggi razziali e Chiesa", ha titolato invece ieri sul suo sito in rete "Avvenire", che critica anche il leader del Partito democratico, il quale nel pomeriggio di ieri aveva definito l'analisi di Fini "di una verità palmare".
Di certo, sorprende e amareggia il fatto che uno degli eredi politici del fascismo - che dell'infamia delle leggi razziali fu unico responsabile e dal quale pure da tempo egli vuole lodevolmente prendere le distanze - chiami ora in causa la Chiesa cattolica. Dimostrando approssimazione storica e meschino opportunismo politico.
(L'Osservatore Romano - 18 dicembre 2008)

mercoledì, dicembre 17, 2008

Solzhenitsyn in Brianza









C'è un Solzhenitsyn in Brianza che ha venduto 400 mila copie. Escono i racconti medievali dell'autore del Cavallo rosso, ormai un classico. Mentre la critica dorme, i lettori lo adorano. A loro è dedicato il nuovo libro di Eugenio Corti. A Milano la presentazione.
(da Libero, di Francesco Borgonovo, vai alla rassegna Stampa di Dipopolo per la lettura dell'articolo)

venerdì, dicembre 12, 2008

Il sorriso della prigioniera




Il libro, dal titolo, "Prigioniera di Teheran" di Marina Nemat è uscito in Italia lo scorso anno, per i tipi della Cairoeditore. L'idea di parlarne ora è suggerita dal fatto che ho incontrato di persona l'autrice durante il convegno organizzato dall'Università del secondo Rinascimento a Villa Borromeo a Senago (Mi), durante il quale sono intervenuti decine di scrittori e intellettuali in gran parte dissidenti.


Dopo una chiacchierata-intervista con l'autrice, che ora vive in Canada, ho deciso di leggere il libro, incuriosito dalla trama e anche colpito dalla personalità e dalla disponibilità della scrittrice nel comunicare con l'interlocutore che aveva di fronte.

La trama la potrete trovare su altri siti, è semplice, basta saper usare google. Io invece vorrei scrivere alcune impressioni personali che ne ho ricavato dalla lettura. Dico solo, in breve, che cosa racconta questo libro: Iran, una fredda sera di gennaio 1982 i guardiani della Rivoluzione arrivano a casa di Marina per arrestarla. Il racconto rievoca gli anni belli e spensierati della ragazza, i primi amori, le simpatie, l'incontro con gli altri ragazzi, il rapporto, non bellissimo, con i genitori. Senza quasi un perché Marina si trova in una cella di Evin, che è la famigerata prigione di Teheran dove si soffre, si viene torturati e si muore. Lì, Marina, infatti, avrebbe dovuto trovare la morte, invece viene salvata da una delle guardie. E' un uomo, che appartiene ad un'altra fede religiosa e che si innamora della ragazza.

Non rivelo altro, altrimenti non c'è gusto nella lettura che consiglio a tutti. Marina accompagna il lettore nella sua storia come se lo tenesse per mano. Il lungo racconto è un'Odissea dove troviamo le molteplici sfaccetture di una vita intensa, ricca di episodi, straordinaria e drammatica nel suo dipanarsi all'interno di quella storia scritta con la S maiuscola. Così che questa storia, per chi legge, assume subito il carattere dell'intimità. Come se, Marina, fosse nostra sorella.

Come fa questa scrittrice a trovare la chiave per entrare "nelle grazie" del lettore? Non so rispondere bene, ma intuisco, semplicemente, che abbia usato l'arma della semplicità.

1. Anche nel dramma, Marina non ha mai esagerato. Ha scelto la misura non strillata delle parole. 2. L'impressione è che abbia svelato tutto di sè, si è radiografata, facendo conoscere le proprie paure, i sentimenti, la gioia e il dolore che provava.

Attenzione: la scrittrice parla, fra l'altro, in questo romanzo, di uno dei posti peggiori della terra, ovvero questa terribile prigione di Evin, dove violenze, torture e sevizie erano all'ordine del giorno. Eppure, in questo dramma, sembra che Marina non perda mai, comunque, un sorriso, un'attesa per la vita e le cose buone che promette. Del resto questo dichiara anche nel libro, dicendo che, malgrado tutto il male che ha visto, la fede è una promessa di bene, è per un bene.


Una parte importante della biografia , e quindi del suo libro, riguarda la sua giovinezza. Marina abita in Iran, un Paese islamico, ma è una cristiana ortossa: la tradizione occidentale emerge prepotentemente nei libri che divora fin da piccola. C'è la cultura dell'Occidente: Peter Pan, Alice nel Paese delle Meraviglie, La sirenetta. La regina delle nevi, il soldatino di latta, Cenerentola, La bella addormentata nel bosco, Hansel e Gretel, Raperonzolo, ed anche Il Leone, la strega e l'armadio. Sono particolari, ma importanti.

La narrazione procede a intreccio, gli anni della giovinezza con quelli della detenzione, un espediente, una tecnica, che contribuisce a rendere ancora più potente il materiale narrato. Le due ere, prima e dopo, si fronteggiano e si amalgamano.

Sul tono delle parole: dovessimo immaginarle come pennellate sono quelle dei maestri che realizzano le icone russe, come se l'arte, sempre, dovesse essere obbedire alla Croce, al sacrificio.
Le icone ispirano serenità e suggeriscono l'idea del compimento.

Un sorriso, non urlato

Grazie Marina per non aver tenuto solo per te questa storia


- continua-




Biografia dell'autrice



Nata a Teheran (Iran) da una famiglia cristiana ortodossa, Marina Nemat, è stata recentemente in Italia per essere insignita del premio per i diritti umani del Parlamento Europeo. Ha ricevuto anche altri riconoscimenti in Europa; in Italia, lo scorso anno, ha ricevuto il Premio Fondazione Carical Grinzane Cavour per la Cultura Euromediterranea Seconda Edizione



Il suo merito è aver abbattuto il velo di silenzio che nonostante tutto continua a nascondere le violenze perpetrate in Iran dopo la Rivoluzione islamica ed aver raccontato la sua personale odissea nel carcere politico di massima sicurezza di Evin.



Nel 1982, tre anni dopo la vittoria della rivoluzione antimonarchica dell’ayatollah Khomeini, Marina Nemat a soli 16 anni viene arrestata e condotta nel carcere di Evin, destinato ai prigionieri politici condannati alla pena capitale. Scampata all’esecuzione all’ultimo minuto, viene rilasciata dopo due anni, due mesi e dieci giorni di detenzione in cui è sottoposta a torture fisiche e psicologiche. Sposatasi, a 26 anni si trasferisce con il marito in Canada dove risiede tuttora insieme ai suoi due figli e dove ha trovato la forza di raccontare la sua storia per denunciare torture e abusi subiti dai prigionieri politici in Iran. Vive a pochi chilometri da Toronto e non è mai più tornata in Iran.




mercoledì, dicembre 10, 2008

L'odissea di un vero dissidente quando il "dissenso" non esisteva



Dopo averne parlato anche il telegiornale, ecco un articolo sul Giornale a proposito della ripubblicazione italiana del testo "finalmente completo di Vita e destino di Vasilij Grossman (Adelphi, trad. C. Zanghetti, pagg. 830, euro 34). L'articolo è di Luca Doninelli, una riflessione acuta e non scontata, (è uno dei pregi che ha Doninelli) di uno dei più grandi capolavori della letteratura.


P.s. Il titolo del post è rubato a quello usato per l'articolo apparso sul Giornale.

giovedì, dicembre 04, 2008

Fra social card e Ilaria d'Amico



Devo essere sincero, c'ho capito poco di questa storia dell'Iva al 20 per cento per Sky. So solo che per quattro giorni Sky mi ha dato un sacco di grattacapi personali. Prima non si vedevanoi canali, il temporale, il vento, l'acqua. La telefonata al call center, con ragazze in gamba come se ne sentono e si vedono di raro ormai negli uffici che ti sanno spiegare a distanza megagallatica (l'ultimache ho sentito era sarda) che ti sanno teleguidare per risolvere i tuoi problemi con il televisore. Senon basta devi chiamare l'amministratore. Ma la segretaria capisce male o io non mi spiego, fatto sta che pensava che avessimo un problema al televisore digitale terrestre. "Tutto a posto!", mi chiama al cellulare l'antennista. Ma che a posto! io non vedo niente.

Come dice bene la sempre brava Annalena Benini sul Foglio"senza brioches" non si può vivere. Figurarsi senza la celestiale visione di Ilaria D'Amico. Va be... Alla fine risolvo il mio problema. Cambio i fili che si collegano all'antenna e mi faccio sostituire il decoder che è andato in corto circuito. Oggi vedo, domani cercheremo di capire che cosa è successo e, soprattutto,se aumenterà il mio abbonamento a Sky, che è quello che costa meno e mi serve anche per lavoro.




Non si può vivere senza brioches, ma nemmeno senza gli articoli di Annalena Benini.

martedì, novembre 25, 2008

Un angelo mi ha salvato, il libro di Marco Palmisano


La vita può sorridere. Può risultare persino splendida. E puoi essere addirittura nella condizione di cavalcarla come il fantino esperto fa sul suo splendido destriero. Poi, improvvisamente, il buio, per colpa di un'operazione andata male.

Marco Palmisano, giovane dirigente televisivo di successo, voleva correggere una miopia col laser e si rivolse ad uno specialista. Invece il chirurgo usò il bisturi. Fu l'inizio del suo calvario che racconta nel suo libro dal titolo "Un angelo mi ha salvato".

Il volume pubblicato negli Oscar Mondadori e giunto alla terza edizione, prefazione di Fiorello e una lettera di Maria De Filippi, dopo appena due mesi dalla pubblicazione ha già venduto oltre trentamila copie. Un successo editoriale - l'opera è anche una sorta di breviario laico prodigo d'insegnamenti - di cui l'autore non sa ancora capacitarsi: "Alla Mondadori mi dicono; lo sa dottor Palmisano che quando un libro riesce a vendere 10 mila copie diventa già un fenomeno editoriale e, in appena due mesi, ne abbiamo già sfornati 30mila? Sarà la rete di rapporti, le amicizie, il passaparola, la presentazione del volume nelle televisioni, ambiente che ben conosco, però c'è qualcosa di stupefacente che faccio fatica a spiegare. Si figuri che so addirittura di un sacerdote che lo fa leggere ai ragazzi come testo da affiancare al libro di catechismo".

Le pagine raccontano in prima persona la sua vicenda, una storia nella quale molte persone si sono immedesimate e che travalica la curiosità intellettuale o il semplice desiderio di gustarsi in pantofole un bel libro. "Il mio libro - spiega Palmisano - ha suscitato grande interesse, vista la quantità di messaggi quotidiani, anche un centinaio, che continuo a ricevere quotidianamente al mio indirizzo di posta elettronica". Ma ripercorriamo brevemente la vicenda che sembra tratta da una sceneggiatura così imprevedibile che spiazzerebbe qualsiasi autore di fiction televisive. Marco Palmisano è un dirigente televisivo che dopo gli studi in Filosofia ha avuto una carriera fulminante, da far invidia. Nell'84 era capoufficio stampa di Roberto Formigoni, per dire, allora vicepresidente del Parlamento europeo. Un giorno incontrarono Silvio Berlusconi: "Qualcuno di voi potrebbe venire nelle mie televisioni?". Dopo 48 ore Palmisano fu convocato dal Cavaliere ad Arcore. L'indomani era da Fedele Confalonieri che lo introdusse nelle dinamiche del gruppo. Poi, presto, Palmisano fece velocemente carriera all'interno di Publitalia, la concessionaria pubblicitaria delle reti Mediaset. I contatti di lavoro, tanti. Gli amici, pure. E, nel contempo, anche una fede cristallina.

Intanto era entrato nei "Memores Domini", il gruppo consacrato di laici fondato da Don Luigi Giussani. Abitava assieme in casa con altre persone, condivideva i lavori di casa - a turno - e i momenti di riflessione e di preghiera. Una comunità monastica, insomma, anche se immersa nella vita e nelle cose di tutti i giorni. Paradosso dei paradossi per un manager Mediaset, in casa non c'era la televisione, per osservanza della regola. Bene. Oltre a tutto ciò, Marco Palmisano trova anche il tempo e soprattutto la passione, di fondare il Club Santa Chiara, associazione che riunisce operatori a vario titolo alcuni professionisti della comunicazione. Poi, alla vigilia d'ennesima promozione, irrompe il dramma. Per correggere una leggera miopia astigmatica, si sottopone ad un semplice intervento agli occhi. L'operazione sembrava di routine: il laser aveva già fatto il suo ingresso in Italia con minime controindicazioni al paziente ma quel pomeriggio il chirurgo volle inspiegabilmente ricorrere al bisturi. "Dalla sera stessa ebbe inizio una vicenda allucinante da cui appena oggi riesco fisicamente a uscire, ricorda lo stesso autore nel suo libro. A poche ore dall'intervento avvertii infatti un acuto e profondo dolore nella parte sinistra della nuca, come trafitto dalla spada". Seguirono sei anni d'inferno, costretto a vivere nell'oscurità per proteggersi dalla luce. Tormentato da dolori lancinanti che lo costrinsero ad abbandonare ogni attività professionale e sociale. Palmisano dovette lasciare la casa dei laici consacrati e trovò rifugio da sua mamma a Legnano. Tra la ricerca di una cura efficace e la tentazione di farla finita, questi sei anni sono trascorsi in una profonda sofferenza, al limite della sopportazione umana.

Fino a quando, era il 22 febbraio 2006, Marco si reca da due frati, Padre Atanasio e fra' Carmelo con l'intenzione di confessare a loro tutte le sue mancanze, comprese quella definitiva che aveva in animo di compiere da lì a poco. Ma dopo l'incontro, prima del commiato, uno dei frati gli indicò la statua di Santa Teresina, dicendogli:"Marco, oggi, nel giorno che ricorda la scomparsa di don Giussani, affidati a Lui e prega santa Teresina, perché anche Lei nella malattia ha avuto più volte, ricorrente, la tentazione del suicidio". Il dirigente, l'esperto di comunicazione, il navigato dirigente televisivo, obbedì ai religiosi: s'inginocchiò e iniziò a recitare la Novena delle Rose, una forma particolare di preghiera affidata all'intercessione di un santo che si recita per nove giorni di seguito con la richiesta di ottenere una grazia importante. Da lì a poco nella vita di Marco irruppe Giovanna Bardellini, medico chirurgo omeopata di Monza che inizia a comprendere la malattia, trova la cura efficace, gli ridona la salute e con lui incontra l'amore.

In un brano del libro, Palmisano sottolinea di non aver "mai lesinato sulla domanda di bene che il suo cuore poneva alla realtà, neanche quando si sarebbe potuto accontentare e che la grandezza di una persona si misura in base a quel che cerca e all'insistenza con la quale rimane in ricerca".

Come nascono queste affermazioni, così chiare e limpide, immersi come siamo in un mondo impregnato di scetticismo e relativismo rispetto agli ideali?: "E' perché Dio mi ha voluto far conoscere la grazia del dolore - ci racconta - che mi ha fatto riscoprire ciò a cui dovevo rimanere veramente attaccato".

Nel libro si trovano parole splendide e un intero capitolo a proposito dell'innamoramento. E frasi tipo: in amore il miglior attacco è la resa! Qual è il consiglio che darebbe ai giovani che si innamorano?: "Certo, di cedere a tutto, perché il cuore, la ragione, il sentimento cedono di fronte a ciò che vuoi bene. Ma non devi buttarti via alla prima emozione. Bisogna sapere aspettare il momento giusto e avere il rispetto del proprio corpo. Questo è proprio da dire, senza provare vergogna!". E con il mondo della televisione, come la mettiamo? "Alle persone che incontro sul mio posto di lavoro dico di raccontare l'uomo così com'è. Ci sono esperienze di autenticità, programmi di qualità al momento minoritari; bisogna produrne sempre di più. Ah, lo sa, il 20 novembre il Club Santa Chiara festeggia Mike Bongiorno, un riconoscimento ad un uomo speciale, conosciuto da generazioni, che in tanti anni di carriera è sempre stato se stesso". di Angelo De Lorenzi (tratto dal settimanale "Stop")

lunedì, ottobre 13, 2008

Armstrong correrà il Giro d'Italia

Un clamoroso ritorno, quello di Lance Armstrong. L'uomo che ha sconfitto il cancro e vinto sette Tour de France sarà al via della corsa rosa che il prossimo anno festeggerà il secolo di vita. Correrà per vincerlo, secondo le sue dichiarazioni.

martedì, settembre 09, 2008

IL DIO DI ROSERIO IN SELLA AI MONDIALI


In occasione dei campionati Mondiali di ciclismo 2008 che si svolgeranno a Varese l'Associazione Giovanni Testori e il Comune di Varese presentano: Il dio di Roserio, spettacoloteatrale da un testo di Giovanni Testori con Maurizio Donadoni e la regia di Valerio Binasco.



Il talento del grande scrittore lombardo enucleato in uno dei racconti imperdibili delNovecento. Una corsa ciclistica diventa nelle pagine di Giovanni Testori la metafora della condizione umana, dei suo drammi, elevazioni ed aspettative. Maurizio Donadoni porta in scena il dio di Roserio, racconto che rivelò il talento del grande scrittore lombardo.



L'appuntamento è alle ore 21 di venerdì 12 settembre al Teatrino "Gianni Santuccio" a Varese, via Sacco 10.

Per informazioni: Associazione Giovanni Testori tel. 02 552298369. L'ingresso è gratuito.


Lo spettacolo sarà preceduto da un incontro di presentazione del dramma testoriano con Maurizio Donadoni e Paola Ambrosino, studiosa di letteratura del '900, autricedel volume "Da Guernica a Roserio in bicicletta.



In rete ho inoltre trovato in rete questo omaggio a Testori e al suo racconto dal titolo Al Consonni Sergio. Lo trovate a questo indirizzo:
http://brianzolitudine.splinder.com/post/8669971

Al Consonni Sergio

Il Dio di Roserio per allenarsi
andava al Segrino, alla Valassina,
dalla madonnina alla madonnina
su fino al Ghisallo, la fronte china
sopra quel manubrio in piena catarsi
fisica. E arrivato, andava a sciacquarsi
dopo aver pisciato in una latrina
turca, redarguendo i gregari scarsi.
Ma tremava, dentro, perchè in salita
aveva inseguito a Villa Raverio
verso il Monticello (lunga, inaudita
via crucis del ciclo) alla prima uscita
quel gregario, che scalava sul serio,
il Consonni semidio di Roserio.

L'è sta un sass? E' stato un sasso? Non ne sono mica tanto certo. Ma è certo e indiscutibile che Il Dio di Roserio di Giovanni Testori sia il più bel racconto del novecento italiano, nel più bel libro di racconti del novecento italiano: Il Ponte della Ghisolfa.

Allucinato racconto di periferia nord-milanese, fotografia impietosa del boom padano-pagàno del primo dopoguerra, il racconto del Dio narra la competizione tra due ciclisti dilettanti pronti a tutto, pur di emergere dal fango esistenziale in cui si trovano ed arrivare alla gloria: il campione Dante Pessina (il Dio di Roserio) e il suo scalpitante gregario Sergio Consonni.
Questi osa sfidare il Pessina per una vittoria, ben oltre l'inosabile: perderà letteralmente la testa e la lucidità in una ferale caduta, volutamente provocata dal Pessina che poi si laverà le mani giustificandosi appunto così: L'è sta un sass. Successo e vittoria cinicamente uber alles: ordinarie storie di successo di tutti i giorni, nella Brigantia-Brianza.

Testori, nato e vissuto a Novate Milanese da genitori di Canzo (sua mamma, bellissima, era chiamata la stella della Valassina), era brianzolo per nascita ma purtroppo non per residenza, e davvero per un pelo. Però egli brianzolo lo è stato pienamente, fino in fondo per quella tensione, per quell'irrisolto interiore che sempre l'ha corroso dentro, ben riconoscibile nella pastiche linguistica allucinata del Dio di Roserio e di tante sue opere successive.
Giovanni Raboni disse che Testori è un grande del novecento col quale dovremo fare i conti, presto o tardi. Io da più umile brianzolo ricordo semplicemente ammirato le prime venti pagine del Dio, quella visione espressionista della gara di bicicletta in Brianza, dagli occhi-telecamera del Consonni a ruota del Pessina: Ass, Onn, Lecch, Erba, Còm. Cristo, bestia d'un linosa, mòla troia, mòla!

Perchè non c'è scampo: il tema della bicicletta, di questo sellino-divano da psicanalisi è una delle chiavi cruciali per capire e carpire l'essenza della gente brianzola. Quando qualcuno mi domanda se c'è davvero così tanto da dire sulla Brianza, io rispondo che - solo a parlare di ciclismo e di ciclisti brianzoli - potrei tirare avanti per ore, se non per anni. Se non per sempre.



Il ciclismo in Brianza ha una cruciale valenza metaforica e simbolica, sia interna (perché disegna alla perfezione l'individualità chiusa del brianzolo e i suoi rapporti di forza e di gerarchia: tra cap e gregari, tra padron e operari) che esterna (in particolare nei rapporti coi milanesi che in Brianza ci salgono pedalando, e che vedono in essa un femmina da possedere, da percorrere tutta con la bicicleta nova, un rapporto di odio-amore con substrato di grande valenza psicanalitica).
Per i milanesi, sulle strade pedalabili della Brianza esistono due esami cruciali: c’è una salita da diploma ciclistico (il Monticello, lunga rampa in ascesa da Carate a Monticello appunto) e la laurea dei veri grimpeur, l'erta durissima del Ghisallo in alta Valassina, ove è collocato il noto Santuario della Madonna dei ciclisti, con tanto di bicicletta esposta del Fausto Coppi.



E su quei banchi di scuola asfaltati, il Monticello e il Ghisallo, dove hanno studiato e studiano grandi e piccole divinità dei pedali, si può assistere anche a qualche viscontiana Caduta degli Dei, come capitò al mio amico ciclista di Vedano che, salendo l'ultima rampa dura del Monticello, ebbe a superare e riconoscere (quasi un novello Renzo che incontra il tumefatto Don Rodrigo nel lazzaretto) un ingrassato, lentissimo, irriconoscibile, appagato e affaticato Gianni Bugno a fine carriera che, per tirare là ancora una stagione di ingaggio, usciva proprio sul Monticello (da monzese qual era) a farsi il suo quotidiano giro di allenamento.



Il mio amico, riconoscendo incredulo cotanto campione del mondo, ancora in attività, ebbe un moto di vergognosa umiltà nel superarlo e per riparare gli si propose improvvisato gregario, gridandogli: dai Bugno seguimi, se te sèt stanc te tiri su mi! Al che il Bugno Gianni se ne uscì con il più classico, diretto e scontato degli insulti brianzoli: Ma va a da via il c.!
Eh, già. Tante ascese e cadute di piccoli e grandi Dei di Roserio, su queste vette ciclistiche brianzole.

Armstrong di nuovo in sella, scoop o bufala?

Il sette volte vincitore del Tour starebbe infatti progettando un clamoroso rientro alle competizioni con l’Astana dell’amico ed ex team manager Johan Bruyneel, quattro anni dopo il suo ritiro ufficiale. Il campione americano, che il 18 settembre compirà 37 anni, avrebbe in mente di partecipare a poche corse: il Giro di California, la Parigi-Nizza, il Giro di Georgia, il Delfinato e naturalmente il Tour de France, l’amato Tour che gli ha dato gloria e ricchezza, facendo conoscere il ciclismo negli Stati Uniti.

La notizia, pubblicata su VeloNews, potrebbe essere confermata questo mese in un articolo esclusivo su Vanity Fair. Ma le voci del ritorno di Armstrong si sono diffuse a tamburo battente anche al Giro del Missouri, in svolgimento questa settimana.Potrebbe essere una clamorosa bufala, anche perché L'Astana avrebbe già smentito però - come scrive oggi la Gazzetta.it ci sono
" almeno due indizi che fanno pensare che sia davvero possibile. Primo: Armstrong ad agosto ha di nuovo chiesto di essere inserito nel programma di test antidoping a sorpresa dell’Agenzia americana (chi voglia tornare a correre deve farlo almeno 6 mesi prima dell’inizio della nuova stagione). E, stando alle indiscrezioni, avrebbe intenzione di pubblicare su Internet tutti i risultati dei test a cui si sottoporrà in futuro con la squadra".

Che abbia voglia di pedalare non c'è dubbio. La maratona, disciplina in cui si era cimentato non lo ha soddisfatto pienamente. Non è vecchissimo e forse ha voglia di dimostrare che ha vinto pulito i suoi Tour. Questo il sensodella sfida, probabilmente.

martedì, agosto 26, 2008

Cammarelle su Quasi Rete

Carlo Annese, su Quasi Rete, dedica un post all'impresa di Cammarelle riprendendo un brano dello scrittore Roberto Saviano sulla boxe "Il pugilato rimane uno sport epico perché si fonda su regole della carne che pongono l'uomo di fronte alle sue possibilità".

Garzelli, primo nella classifica Uci, prenota il "suo" mondiale

Stefano Garzelli ha riconquistato la maglia di leader della classifica Uci "Europe Tour", grazie ai numerosi podi delle ultime settimane. Una classifica di cui pochi, forse, conoscono l'esistenza, ma che ha comunqueil pregio di segnalare i corridori più in forma del momento. Basterà per convincere il Ct Ballerini a convocarlo per i mondiali? Dalla sua - di Garzelli - è che si corre sulle sue strade. Il percorso, però, non è proprio quello più adatto agli scalatori. Davvero difficile capire oggi se Ballerini vorrà spendere questa carta. L'esperienza del corridore potrebbe essere d'aiuto per la squadra.

lunedì, agosto 25, 2008

Mondiali di ciclismo a Varese (-34), i corridori che vedono l'azzurro


Mancano 34 giorni alla prova iridata di Varese e la squadra che farà sembra essere lievitata nella mente del Ct Ballerini. (nella foto una fase della Coppa Agostoni) E' da settimane che afferma che c'è un'unica certezza per la nazionale e questa è Bettini, però dall'intervista apparsa sulla Gazzetta, si possono già trarre alcune considerazioni interessare e azzardare già un pronostico dei convocati.


Intanto l'analisi tecnica della corsa che avremo a Varese. Non è un percorso duro, pero non è adatto nemmeno a velocisti puri. Sembra essere il circuito più adatto al Bettini dei giorni migliori. Non c'è tempo per fiatare, dopo le salite. Dice Ballerini: " è più insidioso di quello di Madrid, dalla cima di via Montello il gruppo si allunga e non recuperi più fino alla fine della discesa, il tratto di pianura è breve, così alla salita dei Ronchi arrivi in affanno."



Le squadre che sanno di avere un potenziale vincitore cercheranno di tenere assieme il gruppo. Oppure di lanciarequalche "mezza punta" in avanscoperta per alzare il ritmo della gara.
Quindi Ballerini avrà bisogno: di ottimi faticatori e corrridori d'esperienza per tenere assieme il gruppo (Bruseghin, Tosatto, Bosisio), oppure per inserirsi nelle fughe.
Dei guastatori che all'occorrenza possono entrare nelle fughe o lanciarsi all'attacco se Bettini non sarà in forma nel giorno del Mondiale (Cunego, Pellizzotti, Ballan, Rebellin).
Corridori fidati, gregati di lusso come Paolini che su un percorso del genere possono anche disputare la volata.



Ps. Ballerini vede di buon occhio Bosisio al quale affiderà un ruolo speciale e potrebbe portare come riserva il buon Ginanni.

Per riassumere:
Probabili convocati
Paolo Bettini, Luca Paolini, Davide Rebellin, Matteo Tosatto, Gabriele Bosisio, Marzio Bruseghin,Alessandro Ballan, Damiano Cunego,Franco Pellizzotti

domenica, agosto 24, 2008

Cammarelle, l'ultimo oro arriva da Cinisello Balsamo

Una domenica d'agosto, pochi bar aperti. Rare le persone in giro in questo paesone che è Cinisello Balsamo dove Cammarelle, l'ultimo oro conquistato a Pechino, ha vissuto. I genitori e il fratello di Cammarelle abitano ancora in una casa con il cortile, di quelle tradizionali che ancora un po' si trovano in Lombardia. Si trova vicino al centro della cittadina.

Cammarelle ha imparato a tirare a Cinisello Balsamo, da Biagio Pierri, primo tecnico di Cammarelle, insieme ad Aldo Turla, presidente della società Rocky Marciano di via XXV Aprile. Ora vive ad Assisi e a Cinisello ci torna raramente. Ma sicuramente ora tornerà a festeggiare con la sua medaglia d'oro al collo.

Il supermassimo lombardo ha sconfitto il cinese Zhang Zhilei nell’ultima gara del programma dei Giochi. Un colpo ben preciso in avvio del quarto round ha posto fine all'incontro, che ha confermato un ampio pronostico che dava vincente Cammarelle.



sabato, agosto 23, 2008

Josefa Idem. Fermatela!

Josefa Idem. Intanto chapeau! D'accordo. Agguantare un argento a quasi 44 anni, è un'impresa. Almeno, a noi sembra un'impresa.
Ma c'è un elemento che disturba nel vedere quest'atleta. Arriva sul traguardo, un po' frastornata, perché non sa ancora se ha vinto o se è giunta seconda o terza. Solo all'intervista capisce di aver sfiorato il gradino più alto. Ecco, figurarsi. Uno potrebbe aspettarsi che adesso annuncia il ritiro. E invece no. Lascia aperta la possibilità della sua partecipazione ai prossimi Giochi a Londra.
Fermatela, mi sembra la Longo, quella del ciclismo che qualcuno ha soprannominato Nonna Abelarda. Negli sport ad alto livello gli organizzatori dovrebbero porre un limite d'età oltre il quale non puoi più partecipare. Se vuoi continuare lo puoi fare fra gli amatori.
La Idem sembra non accorgersi che il tempo passa. E c'è un tempoper tutto, come è scritto nella Bibbia. Infatti: facevano tenerezza i suoi bimbi. Facevano tenerezza ma dicevano anche quanto la mammafosse la mamma e avesse la sua età. Fermatela, per favore.
E fermate quei giornalisti che adesso si butteranno a capofitta sulle tastiere del pc per osannare mielosamente la performance di Josefa Idem